Esistenze Sotterranee: “Neverwhere” di Neil Gaiman

Neverwhere

Quando ero bambina mi perdevo spesso a fantasticare di vite invisibili che scorrevano sotto i miei occhi e che, magari, non riuscivo a vedere. Amavo fingere che in una cavità del ciliegio dietro casa si nascondessero dei folletti, e che un giorno avrei trovato una piccola porticina, e oltre essa una minuscola cucina in cui qualcuno si stava affaccendando; tra i miei racconti preferiti c’erano le fiabe di Calvino che narravano di una seconda vita condotta da animali comuni come i gatti, che in realtà avevano abitazioni, strade, scuole nel sottosuolo; ancora oggi, spesso, mi fermo sopra i tombini, o su quelle grosse grate da cui esce aria calda e penso che forse, quando non guardiamo, qualcuno mette fuori la testa da uno dei cunicoli sotterranei e guarda in alto, oltre le inferriate, per vedere cosa succede ‘di sopra’.

“Neverwhere”, “Nessun Dove” in italiano, parla proprio di esistenze incredibili, di creature e personaggi straordinari che tuttavia passano inosservati, scivolando via dalla memoria delle persone nel momento stesso in cui li incontrano, come quelle piccole ombre che vedi sulla retina nei giorni di sole e che spariscono se provi a girare l’occhio per seguirle. Allo stesso modo Richard Mayhew, il protagonista del libro, dopo aver soccorso una ragazza ferita di nome Door (sì, proprio come ‘porta’!), si ritrova improvvisamente, e letteralmente, dimenticato da tutti: al lavoro la sua scrivania non esiste più, il suo appartamento viene venduto, gli amici, e persino la fidanzata, pur sentendolo parlare lo trattano come se fosse parte del mobilio. Capendo che la ragazza che ha salvato è in qualche modo responsabile della sua inspiegabile trasparenza, inizia a cercarla, e si ritrova così nella ‘London Below’, la ‘Londra Sotto’, dove finisce tutto ciò che è stato dimenticato, gli oggetti vecchi, i rifiuti, persino gli edifici e le persone. E’ in questa dimensione parallela che ritroverà Lady Door e la accompagnerà in un’avventura, imbevuta di soprannaturale e di magia, alla ricerca degli assassini della sua famiglia, ma anche della propria identità.

Sicuramente non si tratta di un libro unico nel suo genere; sembra quasi ingenuo, nella semplicità della trama, che fa pensare a un’ “Alice nel Paese delle Meraviglie” particolarmente tetra, o ancora nel ‘minestrone’ di personaggi presi dalla letteratura inglese, gotica e non (tra gli altri, incontriamo un angelo, un vampiro, un cerbero e una sorta di lamia). Eppure, il tono avventuroso del racconto, le pittoresche e immaginifiche fotografie che Gaiman evoca con le sue descrizioni, insieme al finale, piacevolmente scontato e genuino nella sua semplicità, riescono ad assorbire completamente il lettore e a trasportarlo nel mondo oscuro, malinconico ma anche elettrizzante, della Londra sotterranea.

Una parte significativa di me ha amato questo libro. Ho letto qualche altro romanzo di Neil Gaiman e, per quanto il mio preferito resti sempre “Coraline”, riconosco sempre nel suo modo di scrivere la capacità di toccare corde profonde, di suscitare emozioni che fino a quel momento pensavi appartenessero solo all’infanzia. Gaiman ci mette di fronte a personaggi la cui identità non è ancora ben formata, bambini, ma anche giovani adulti, che si trovano a un bivio nella loro vita: queste figure entrano in mondi meravigliosi, invisibili ai più, e proprio per questo si accorgono di essere diversi, e hanno paura di essere abbandonati, messi da parte da chi amano. Così, Richard Mayhew lotta per uniformarsi e, per tutta risposta, il mondo lo espelle, gettandolo tra i derelitti e i dimenticati; da qui il protagonista tenta la risalita,e non indignatevi se vi dico che alla fine ci riesce, perché sotto sotto ve lo aspettavate.

Ciò che distingue, però, queste figure speciali, è la scelta che fanno quando l’avventura è ormai agli sgoccioli, scelta che sigilla la loro identità: essere la norma oppure l’eccezione, l’interferenza che disturba la coda dell’occhio. Allo stesso modo, Neil ricorda anche a noi, esseri prosaicamente reali, che ci sono concesse alternative, e, a volte, quelle apparentemente più difficili sono anche quelle che ci danno una forma e, infine, la tanto invocata, spesso stereotipata, felicità.

Lascio a voi il vero finale del libro, le avventure dei personaggi e i dettagli più inaspettati, sperando che riusciate a trovare in esso la stessa rassicurante voce che ho sentito io, che parla a bambini e adulti allo stesso modo, ricordando loro di non avere troppa paura del buio, perché tante volte le sorprese migliori si trovano proprio lì.

Un Prometeo post-moderno

Sarà perché oggi sono quasi completamente afona, fatto sta che mi son svegliata con la voglia di scrivere. Negli ultimi mesi ho letto una gran quantità di libri, cosa che non mi succedeva da un bel po’ di tempo, e avrei per voi tante proposte: mi limiterò a una, uscendo magari un pochino dal tracciato, ma con la certezza di offrirvi qualcosa di insolito e stimolante.

la fabbrica delle meraviglie

La mia scelta di oggi è ricaduta su una specie di saggio tecnico riguardante un particolare tipo di cinema, quello dell’animazione a passo uno, più comunemente conosciuta come stop-motion. Devo ammetterlo, sono una persona molto curiosa, ma anche poco paziente e incapace di concentrarsi a lungo su argomenti troppo teorici, ragion per cui ho sempre evitato saggistica e simili come la peste; ho acquistato questo libro colpita soprattutto dalle belle immagini, persuasa che mi avrebbero offerto uno spunto per i miei esperimenti con le paste modellabili, ma convinta che avrei letto un paio di pagine per poi rinunciare, limitandomi a passare e ripassare le fotografie di pupazzi e marionette in cerca di ispirazione. A dispetto di ogni previsione, l’ho iniziato e terminato nel giro di due giorni. Chiariamoci, non si è trattata di un’impresa poi tanto sorprendente: si tratta di un saggio breve, spiegato in maniera molto chiara e alquanto didascalica. Tuttavia, nella sua semplicità, questo piccolo volume è qualcosa di unico, poiché permette a chiunque una sbirciata anche fugace nel meraviglioso mondo di un cinema d’animazione per certi aspetti rudimentale, ma incredibilmente affascinante nei suoi sviluppi.

Immagine_Stefano-Bessoni

Stop-motion: la fabbrica delle meraviglie: con questo libro, Stefano Bessoni ha voluto aprirci le porte del suo mondo di piccoli mostri, della sua Wunderkammer, svelandoci allo stesso tempo, passo per passo, la loro realizzazione. Come ho già detto, non è che questo saggio abbia particolari meriti stilistici: é un testo puramente descrittivo, illustrativo. Il suo merito, piuttosto, sta nel valorizzare una tecnica che con l’avvento del digitale è finita un po’ nel dimenticatoio, verso la quale sia il pubblico che il mondo cinematografico hanno gradualmente perso l’interesse, richiedendo essa tempo, pazienza, pratica infinite e con risultati non sempre soddisfacenti. E’ per queste ragioni che Bessoni focalizza la nostra attenzione sul gesto stesso del creare e del dare letteralmente vita a un pupazzo nato dalle nostre mani, guardandolo mentre piano piano comincia a muoversi, a ridere, a piangere sullo schermo, quasi come se, una volta realizzato, fosse per lui possibile condurre un’esistenza indipendente.

La-noria2(Sandra Arteaga, La Noria)

Nelle sezioni riservate alla storia dell’animazione a passo uno e ai corto e lungometraggi vecchi e nuovi (e non solo suoi), inoltre, l’autore ci rende partecipi di tutto un universo di creature nelle quali difficilmente ci si imbatte per caso: in effetti, si tratta di una tecnica utilizzata più che altro per il cinema di nicchia, eccezion fatta per i pupazzi di Henry Selick (Nightmare Before ChristmasCoraline) e pochi altri. Una delle realizzazioni che più mi ha colpito è stata quella per Neko z Alenky (Qualcosa di Alice, 1988), una rivisitazione dell’Alice di Carrol in cui alcuni dei personaggi sono stati costruiti a partire da ossa o corpi imbalsamati di piccoli animali. Guardando il film è impossibile reprimere una sensazione di disagio: resuscitare un corpo morto, assemblando parti differenti per dare vita a una creatura nuova, è un’impresa degna del protagonista del famoso romanzo di Mary Shelley. Eppure, chi gira con la tecnica dell’animazione a passo uno compie questo piccolo miracolo ogni volta che mette in sequenza i fotogrammi, generando nello spettatore meraviglia, ma anche una certa inquietudine, quasi come se l’autore avesse superato una sorta di soglia oltre la quale non sarebbe lecito andare. Queste parole potrebbero esser considerate scontate in un mondo in cui la tecnologia permette cose incredibili: eppure il cinema dell’animazione a passo uno, proprio per la rudimentalità dei suoi mezzi, sembra essere una sfida ancora più ardita alle leggi naturali, ed è in questo suo aspetto insuperabile.

neko z alenky(Neko z Alenky)

Al di là del mio personale interesse per l’argomento, ho apprezzato molto il lavoro di Stefano Bessoni in questo libro, in quanto si tratta di un tentativo piuttosto insolito di rendere un tipo di artigianato complesso e intrigante accessibile ai “profani”, distaccandosi dall’atteggiamento elitario che è spesso caratteristico dell’artista.

Come sempre, accolgo di buon grado commenti, critiche costruttive e suggerimenti. Arrivederci al prossimo articolo!

I libri della nostra vita

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Nel corso degli anni capita di imbattersi in libri che catturano la nostra curiosità; di sfogliarli rapidamente, cogliendone la trama e convincendosi che effettivamente hanno un potenziale; di portarli a casa, orgogliosi di noi stessi e del nostro fiuto infallibile, di cominciare a leggerli, avvertendo una strana sensazione di “déjà-lit” e………e……..accidenti, di scoprire con disappunto che quel libro l’avevamo già!!!

Episodi del genere, la mia famiglia ne vede costantemente: senza contare, poi, che, essendo in cinque e avendo una libreria decisamente estesa, spesso si comprano gli stessi libri, ignari del fatto che i fratelli, la mamma o il papà avevano avuto la medesima idea solo qualche giorno prima…alcuni doppioni passano inosservati per anni!

Insomma, non è facile stare dietro all’archivio letterario di una vita. Ho cominciato a pensarci qualche mese fa: stavo cercando di ricordare quali romanzi avessi letto di un certo autore e non riuscivo a farmi venire in mente i titoli…e dire che non era passato molto tempo dall’ultimo! Al che il mio sguardo è finito sulla pila di agende intoccate che giacciono tuttora sulla mia scrivania (ho uno strano rapporto con le agende: ne ho a bizzeffe, adoro le loro copertine lucide e colorate, non riesco a buttar via nemmeno quelle che danno in omaggio in banca…peccato che dopo qualche settimana smetto di usarle!): ho preso la prima e ho cominciato a scrivere, in ordine casuale, tutti i libri che ricordavo di aver letto dai 13 anni a quel giorno, con l’aiuto ora di internet, ora degli scaffali della libreria nel mio salotto. Ho provato anche a valutarli, attribuendo loro da una a cinque stelline: giudizio forse un po’ riduttivo, sicuramente di rapida consultazione.

Risultato: 171 tra romanzi e opere di vario tipo sull’agenda…da quel giorno, ogni volta che finisco un libro lo trascrivo e lo “valuto”. Forse non tutti i libri meritano di essere ricordati nei più piccoli dettagli, ma ritengo che sia giusto avere almeno la consapevolezza che per qualche giorno o per qualche settimana hanno fatto parte della nostra vita…un po’ come una breve cottarella di cui ora ci vergogniamo, o una temporanea passione per le calze a righe multicolori…insomma, avete capito.

Quindi, mano alle biro e…elencate! Magari salta fuori un libro inaspettato, che non riprendete in mano da chissà quanto tempo, e vi verrà voglia di tornare a leggerlo.

Vacanze all’Overlook

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Per riprendere il mio blog da ormai lungo tempo lasciato agli avvoltoi (preferirei non commentare in proposito, qui in zona l’incostanza della sottoscritta è proverbiale) vorrei avventurarmi in un terreno ripetutamente calcato, l’intramontabile fama di The Shining. A qualcuno, forse, sarà gelato il sangue leggendo queste parole. In effetti, recensire uno dei mostri sacri della letteratura horror è sicuramente un azzardo, essendo già stato analizzato da ogni possibile angolazione: restando in tema di necrofagia, ciò che resta è al massimo un po’ di carne attaccata a una vecchia carcassa e il rischio è quello di ricadere in clichés, cose già sentite dire in giro e dunque ben poco interessanti.

Tuttavia, ci terrei a fare alcune considerazioni. In primo luogo, e perdonatemi l’ovvietà, le produzioni letterarie di qualità hanno il grande pregio di essere fonti inesauribili d’ispirazione: l’inchiostro sulla carta resta immutato, ma l’animo umano è infinitamente poliedrico. E’ l’occhio di chi legge a “mettere del proprio” sulle pagine, offrendo, spesso, risvolti non ancora immaginati, proponendo prospettive nuove, riversando in un certo senso il proprio “spirito” nell’opera e rendendo, in fin dei conti, la letteratura un processo di co-produzione che coinvolge autore e pubblico, seppur a livelli differenti. Inoltre, con il film di Kubrick (The Shining, 1980), girato tre anni dopo la pubblicazione del romanzo, quest’ultimo è finito in secondo piano, quasi una “rampa di lancio” che ha permesso la nascita del “vero” capolavoro: la mia recensione vuole essere un tentativo di rimescolare un po’ le carte, ricordando la radice dell’opera cinematografica, ma anche un modo per sottolineare, al di là di una sostanziale somiglianza formale, una profonda diversità tra le due opere negli intenti e nel messaggio. Last but not least, Stephen King è uno dei miei autori preferiti, per cui un tributo è doveroso! Aggiungo che mi risulterebbe impossibile prescindere da qualsiasi confronto con la versione cinematografica, motivo per cui proporrò una sorta di doppia analisi.

Cominciamo per gradi. La trama: una famiglia tagliata fuori dal resto del mondo, imprigionata in un hotel sperduto tra le montagne durante la stagione invernale, si ritrova a fare i conti con un’entità che infesta la struttura e che va lentamente impossessandosi del padre di famiglia nonché custode dell’albergo (Jack Torrance), portandolo alla follia. Fin qui si percepisce la lunga tradizione della romanzistica horror: vorrei però riservarmi un appunto in merito all’ambientazione. Premetto che fin dai primi approcci alle sue opere mi sono sempre figurata Stephen King come un uomo in cui il gusto per il macabro, il terrificante, l’incubo fossero radicati al punto da aver un bisogno costante di essere manifestati attraverso l’eccesso. Certo, King rientra nella categoria degli scrittori seriali e in parte condivido quest’etichetta: io stessa ho trovato certi suoi romanzi un po’ troppo kitsch e ripetitivi…eppure, questa esagerata produttività sembra riflettere, almeno in parte, la sua indole intrinsecamente “gotica”. E non ho potuto fare a meno di notare che una delle sue opere più conosciute trasmette con grande forza, nell’ambientazione, questa tensione al sublime, recuperando, da un lato, il paesaggio gotico tradizionale, fatto di altezze vertiginose e perturbanti (qui, le Montagne Rocciose in Colorado), dall’altro il topos del castello, modernizzandolo per avvicinare il racconto alla sensibilità moderna. L’hotel diventa in The Shining un labirinto in cui è facile perdersi, se non con il corpo, sicuramente con la mente: Kubrick rende visivamente ed efficacemente la similitudine inserendo nel cortile dell’albergo un vero, gigantesco labirinto di siepi, “doppio” non solo dell’Overlook Hotel, con le sue infinite stanze e i suoi corridoi opprimenti, ma della stessa psiche umana (non a caso il Jack Torrance dell’adattamento cinematografico morirà congelato perdendosi all’interno del dedalo di siepi). Il romanzo ci immerge in un’atmosfera che, fin dall’arrivo della famiglia all’hotel, è inequivocabilmente pervasa di soprannaturale: le ipotesi avanzate dalla voce narrante, secondo cui la serie di tragedie (la strage attuata dal custode predecessore e l’omicidio nella stanza 217 sono le principali) verificatesi all’Overlook altro non sarebbe che una singolare catena di coincidenze, suonano immediatamente false. Insomma, l’imponente albergo ci si presenta da subito come il reale protagonista dello Shining di Stephen King, una potenza oscura che letteralmente “inghiotte” Jack, Wendy e Danny e preclude loro ogni via d’uscita.  Ci tengo a puntualizzare che, dopo aver rivisto il film, sono stata spinta a rivedere in parte la mia posizione secondo cui ben poco sarebbe rimasto, nell’adattamento, dell’alone paranormale che circonda l’hotel del romanzo: la trama del libro è stata rispettata molto più di quanto ricordassi e, sebbene gli episodi soprannaturali siano stati ridotti, ritengo che nella maggior parte dei casi le motivazioni siano state di ordine logistico (si veda per esempio la scelta eliminare le siepi potate a forma di animali). In effetti la fissazione quasi patologica di King per i particolari, sicuramente di grande efficacia quando si tratta di immedesimarsi nel racconto, rende, tuttavia, qualsiasi trasposizione per il grande schermo molto difficile da realizzare con una certa fedeltà. Ma Stanley Kubrick ci sorprende, offrendoci comunque una finestra attraverso cui guardare l’orrore: ciò che nel romanzo è eccesso si trasforma, sulla pellicola, in un altro aspetto quintessenzialmente gotico, la ripetizione. Due le visioni ricorrenti: quella delle gemelline assassinate che si tengono per mano e quella dell’ascensore che, aprendosi, riversa nella hall un fiume di sangue. Scelte registiche sicuramente efficaci: resta il fatto che le forze occulte si percepiscono qui inspiegabilmente ovattate, quasi a costituire una cornice che per lo più inquadra l’inarrestabile caduta di Jack negli abissi della propria mente. Insomma, una profonda sensazione di inquietudine perseguita lo spettatore, ma alla radice di questa non troviamo l’ignoto, il sovra-umano.

Nonostante i punti di contatto, nonostante l’affezione per il romanzo che traspare dalla pellicola, Stephen King non apprezzò quest’ultima: alla base, un disaccordo in merito alla resa dei personaggi. Jack Torrance è un assassino a sangue freddo, Wendy nient’altro che una misogina caricatura, urlante, indifesa, totalmente incapace di affrontare con raziocinio la situazione; niente di tutto questo è presente nel libro. E’ qui che, effettivamente, emerge la vera scelta d’autore; è qui che traspare il messaggio di Kubrick al suo pubblico, che il suo Shining si trasforma in un’opera in cui l’orrore si rivela non nell’altro, nel diverso da noi, ma nell’uomo stesso. Come in The Clockwork Orange, la violenza diventa la chiave d’interpretazione. L’uomo si abbandona quasi passivamente all’istinto animale, abbandonando ogni dilemma etico e morale: Jack Torrance è, sì, un burattino nelle mani dell’entità che infesta l’albergo, assetata delle anime dei suoi ospiti (e di quella di Danny in particolare)…eppure, alla fine è lui che il regista punisce, lasciandolo morire assiderato. Jack è infatti per Kubrick un personaggio intimamente negativo: fin dalle prime scene si avverte nei suoi gesti e nelle sue parole una malcelata aggressività e l’Overlook Hotel ad altro non serve che a offrirgli il pretesto per scatenarla. Senza opporre alcuna resistenza, il protagonista assume su di sé il ruolo e vi resterà fedele fino alla fine. Altrettanto passivo, e pur essendo sin dall’inizio a conoscenza, grazie allo shining, del destino del padre, è il figlio Danny, che non cerca in alcun modo di prevenire la tragedia, ma si limita a scappare. Quelli che il regista ci mostra sono tre manichini animati unicamente dalle vicende esterne e da un animalesco, irrefrenabile istinto: omicida per il custode, di sopravvivenza per moglie e figlio. L’unica eccezione è forse lo chef, Dick Hallorann, che intraprende un pericoloso viaggio per  giungere in soccorso della famiglia e che, guarda caso, verrà tolto di mezzo immediatamente (a differenza del Dick del romanzo).

E’ forse paradossale, ma è King, alla fine dei conti, ad esaltare l’umanità, in un romanzo che ha come reale protagonista un’entità soprannaturale. Per Kubrick, l’uomo sceglie la violenza; per lo scrittore, l’uomo non può scegliere. Il romanzo ci descrive un Jack fondamentalmente positivo, debole, certo, ma “umano”, capace almeno di provare a dominare le pulsioni. La sua lotta interiore per resistere alla seduzione dell’oscurità prosegue fino alle ultime pagine; e quando Jack, ormai non più padrone di sé e armato di mazza, incontra finalmente Danny (i due non avranno praticamente nessun tipo di scambio verbale fino a quest’istante), è la voce del padre che, con uno sforzo visibile, gli intima di fuggire. Ed è l’Overlook a soccombere, riscattando un genere umano che per King è intrinsecamente buono: Jack Torrance non è che una vittima di qualcosa che va al di là della sua comprensione.

Concludo qui l’articolo, sperando di aver esaurito l’argomento in maniera quantomeno accettabile: ho cercato di toccare i punti che a mio parere meglio riassumono la sostanza di The Shining e le problematiche che il romanzo ha sollevato nell’opera filmica. Forse il risultato è un po’ difficile da seguire: tenendo presente che anche per questa recensione ho preferito evitare di leggere qualunque tipo di materiale critico, e ringraziando il mio moroso per avermi aiutata a “sbrogliare” la matassa di idee (che pazienza, eh, amore? 🙂 ), accetto volentieri ogni tipo di commento e suggerimento….a presto!

Il contenimento delle bestie

 

bestie

Eccomi riemersa dalle nebbie di Ottobre, pronta per un nuovo tuffo, questa volta nella letteratura. La pila di libri da leggere sta crescendo, così come quella dei romanzi di cui invece vorrei parlarvi: purtroppo università e lavoro mal si conciliano con l’otium del pensatore (ah-ah…il mio è più che altro otium e basta :p ). Fortunatamente ho ancora qualche giornata di libertà: questa la dedicherò a The Restraint of Beasts, uscito nel 1999 in Italia con il titolo Bestie.

Il romanzo rientra decisamente nel genere della commedia, con il suo dissacrante humour nero quintessenzialmente inglese (guarda caso, Magnus è di Birmingham). La trama coinvolge tre personaggi, un anonimo narratore e i suoi “sottoposti” Tam e Richie, dipendenti in una ditta scozzese di recinzioni ad alta tensilità il cui proprietario, Donald, è esageratamente fissato con l’efficienza e la precisione: fedele al suo credo, spedisce i tre protagonisti a sistemare un lavoro svolto in maniera insoddisfacente per il cliente Mr McCrindle. Da questo momento in poi il narratore verrà trascinato in un vortice di episodi comici e grotteschi ai quali non riuscirà a reagire nemmeno con l’esasperazione, limitandosi semplicemente a una rassegnata, quasi indifferente accettazione persino degli avvenimenti più assurdi.

Prendiamo, ad esempio, tutta la serie di rituali seguiti da Tam e Richie prima, durante, e dopo le giornate di lavoro:  la pausa ogni tot minuti per fumare (notare l’irritante e totalmente inutile abitudine di Richie di tenere l’accendino in una tasca e il pacchetto di sigarette nell’altra), tutta la serie di preparativi prima di uscire (qui è veramente comica la seccatissima attesa che il narratore si faccia la barba, elemento non previsto nella cerimonia dei due amici), le serate passate sempre allo stesso tavolo dello stesso pub, quasi nella stessa posizione fino all’ora di chiusura.

L’esasperante e monotona abitudinarietà di queste due figure finisce per risucchiare nel proprio vortice routinario ogni situazione, anche le più assurde, durante la forzata convivenza dei tre protagonisti: tra gli episodi più esilaranti e paradossali, gli involontari omicidi dei due clienti, sistemati con un’improvvisata sepoltura sotto le loro recinzioni, seguendo in entrambi i casi lo stesso “rituale” (il cliente viene inavvertitamente ucciso; Tam, Richie e il narratore si radunano per capire cosa sia successo; si decide di tumulare il corpo sotto il recinto aggiungendo un palo in più; si riprende a lavorare). In sostanza, i personaggi riescono sempre a cavarsi d’impaccio attraverso la più assoluta inerzia, ricordando nella loro stolida indifferenza gli animali che essi stessi hanno il compito di racchiudere: in effetti – e forse questa idea è dovuta semplicemente alla mia mania di trovare sensi nascosti in ogni scelta letteraria – le bestie nel titolo potrebbero essere quelle da contenere, ma può darsi che ci sia un sottile riferimento alla ridicola, indifferente, stupida bestialità dei personaggi… … …o no?
Alla prossima lettura! Prometto che cercherò di essere più sintetica nelle recensioni 🙂

Digressione

Un po’ di sano splatter..

Immagine

Book of the Dead (Il libro dei morti viventi, 1989). Scommetto che questo libro non l’avete mai sentito nominare: in realtà si tratta di una raccolta di racconti ripescata nel mucchio delle pagine più trash della storia della letteratura, raccolta che tuttavia mi ha lasciato qualcosa, come inevitabilmente succede per quasi tutti i libri che leggo. E poi, è più forte di me, ai miei occhi il romanzo dell’orrore ha sempre un suo fascino; questi 16 racconti, in particolare, mi hanno fatto assaporare un’atmosfera passata, quella degli anni d’oro dello splatter, quando il corpo decomposto ma ancora in grado di muoversi e agire, forse anche pensare, era una novità, inorridiva e affascinava, spingendo torme di spettatori ad accalcarsi ai botteghini del cinema.

Come avrete indovinato il filo conduttore dell’intera raccolta è il ritorno dei morti, l’invasione del mondo dei vivi da parte di queste figure ambigue e sicuramente disturbanti, la cui identità cangiante e ambivalente si riflette negli innumerevoli appellativi utilizzati (zombies, “testemorte” , addirittura “schifidi”). Ho trovato molto intelligente la scelta dei racconti all’interno dell’antologia: questa infatti ci offre ogni volta una prospettiva diversa per una tematica che, almeno a mio parere, sembrava esaurita ormai da tempo e incapace di offrire nuove sensazioni al lettore (o allo spettatore, se è per questo: basti vedere la rassegna cinematografica degli ultimi anni in fatto di horror…deprimente!). Tra le pagine che più mi sono rimaste impresse segnalo Corpi e teste (Bodies and Heads) di Steve Rasnic Tem, che ci regala una forma diversa di “contagio zombie“, possibile attraverso il senso della vista anziché il più tradizionale contatto fisico; Rischiamorto (Dead Giveaway) di Brian Hodge, disperante visione di un mondo ribaltato, popolato da corpi morti affamati di reality, costantemente incollati allo schermo televisivo per seguire un gioco che prevede esseri umani ancora in vita come premio; Mangiami (Eat Me) di Robert R. McCammon, improbabile eppure tristemente malinconica storia d’amore tra due cadaveri che letteralmente consumano un rapporto mangiandosi a vicenda.

Ce ne sarebbero altri degni di nota, ma non posso elencarli tutti, anche perché vi rovinerei la lettura (del resto, quanti di voi avranno il coraggio di leggerlo? 🙂 ); vi basti sapere che si tratta di un’antologia attraversata dalla più cruda, essenziale, disgustosa corporeità che possiate immaginare e che, proprio per questo, mette in risalto l’anima e, con essa, il significato più profondo della vita.

La fine del mondo o la fine dell’uomo?

Fin

E’ incredibile come la sera tardi l’ispirazione faccia capolino da dietro le nebbie della sonnolenza, imponendo i propri imperativi su una povera malcapitata che per una volta si era ripromessa di andare a dormire presto…vabbé, mi toccherà cogliere l’occasione!

L’altra sera io e il mio moroso eravamo persi in discorsi non proprio leggeri nonostante l’atmosfera “informale” da cena domenicale al ristorante del paese: risparmiandovi i dettagli, il tema portante era l’ignoranza umana. Si rifletteva sulle continue violenze dell’uomo sulla natura; io mi chiedevo come sia possibile che, nonostante l’enormità dei danni provocati nel corso dei secoli (ma soprattutto negli ultimi), l’uomo riesca ancora a “farla franca”…fondamentalmente, la natura ci minaccia, ma non ci finisce. Il mio moroso ha semplicemente ribattuto che la Terra si libererà di noi quando lo riterrà necessario per preservare il proprio equilibrio intrinseco. Questa riflessione mi ha fatto sentire infinitamente piccola: del resto, basterebbe un soffio per spazzarci via.

In tal proposito vorrei parlarvi di un romanzo che lessi qualche mese fa e che mi colpì profondamente, al punto da togliermi varie notti di sonno (masochista io che lo leggevo di notte, poi!)… ed ecco svelato qui il misterioso libro di cui vi avevo accennato nel post precedente: Fine (Fin) dello spagnolo David Monteagudo, scrittore emergente catalano nonché – oramai ex – operaio di fabbrica.

Lo stile è piano, semplice, la trama essenziale; il ritmo è incredibilmente  incalzante, la rapidità con cui si succedono gli eventi è capace di sconquassare l’animo, gettandoti nel pieno dell’azione e facendoti vivere quasi in prima persona la sofferenza dei personaggi. Non c’è molto da dire a proposito dell’intreccio: un gruppo di amici, ormai sulla quarantina, decide di riunirsi dopo molti anni in uno sperduto rifugio di montagna. Manca solo una persona all’appuntamento, il Profeta, il quale si era allontanato dalla compagnia in seguito a un pesante scherzo subito.

In breve gli otto amici si rendono conto di non avere quasi più nulla in comune: il tempo trascorso li ha irrimediabilmente allontanati, rendendoli estranei gli uni agli altri. La serata scorre rapidamente tra scherzi, battute sarcastiche, nervosismi repressi a stento. Scende poi la notte e d’improvviso salta la luce; solo la mattina successiva il gruppetto realizzerà che ogni apparecchio elettrico, le auto, i telefonini, persino gli orologi hanno smesso di funzionare. L’unica cosa che si può fare è scendere a valle in cerca di aiuto, ma anche questa soluzione si dimostra ben presto vana; tutte le abitazioni che la compagnia incontra per strada sembrano esser state repentinamente abbandonate.

Il romanzo assume ben presto toni apocalittici: per ogni chilometro percorso i personaggi si rendono sempre più conto che, fatta eccezione per loro, l’umanità sembra aver abbandonato la Terra, lasciandola alle bestie (ci si imbatte in un avvoltoio, poi in un orso, in una leonessa, addirittura in un cammello). A minacciare maggiormente l’equilibrio psicologico dei “superstiti” (e il nostro), i membri del gruppo cominciano a sparire uno dopo l’altro, in silenzio e senza alcun preavviso. E’ così che tra i personaggi si fa strada l’ipotesi che sia il Profeta, il loro vecchio amico, ad aver organizzato tutto, come una sorta di grande scherzo escogitato per vendicarsi del torto subito in passato…

Ciò che più mi ha colpito di questo romanzo non è tanto la trama in sé – quante volte ci hanno raccontato di città abbandonate in mano a zombi o alieni, di nazioni distrutte da cataclismi… – quanto piuttosto la resa psicologica dei personaggi; il terrore crescente che prende ognuno di loro man mano che i compagni spariscono è assolutamente, perfettamente umano. Essi si fanno le stesse domande che mi porrei io in una situazione del genere: Perché deve succedere in questo modo? Farà male? Dove finirò una volta che sarò sparito? E l’aspetto più agghiacciante e, a mio parere, realistico è il fatto che non viene data alcuna risposta a queste domande, per quanto i protagonisti si sforzino di razionalizzare il meccanismo delle sparizioni cercandone la logica: essi cessano semplicemente di esistere.

Non ci troviamo, insomma, di fronte al classico eroe americano, che risolve la situazione imponendo la ragione e l’intelligenza umana sull’ignoto. Qui l’eroe proprio non c’è ed è esattamente questo che più spaventa il lettore; le poche risposte vagamente razionali che i nostri umanissimi protagonisti si erano dati giusto per non impazzire del tutto crollano nel finale, che, come sempre, lascio scoprire a voi.

Vi offro però una mia personale interpretazione che, premetto, non è influenzata da giudizi precedentemente esposti da altri, non avendo, di proposito, letto alcuna recensione di tale romanzo: per me in Fine la vera protagonista è l’imperturbabilità della Natura, che “segue” i personaggi dall’inizio alla fine e li guarda svanire nel nulla senza battere ciglio. Questo libro rende appieno l’insignificanza della vita umana nella prospettiva di un intero universo, è la completa decentralizzazione dell’essere umano: perché si deve sparire per una ragione? Lo scopo non c’è, si trova solo nella nostra testa per convincere noi stessi e gli altri che la nostra esistenza abbia un senso.

L’autore di Fine vuole offrirci, forse, un’allegoria della vita stessa: ci si incontra e si rimane uniti per paura della solitudine, si cercano i luoghi dove la traccia umana è più evidente per paura dell’ignoto, si cerca una ragione in tutto per paura dell’inutilità…e infine si muore, senza che la natura si scomponga, senza che il mondo si fermi, fosse solo per un secondo: i personaggi stessi del romanzo perdono sempre più interesse nelle sparizioni dei compagni, si limitano a voltarsi per un momento, perché ciò che conta è andare avanti, verso qualcosa che forse non c’è, ma forse c’è … ed è proprio questo l’impulso alla vita dell’essere umano, l’atto stesso del cercare.

Essendo molto presa da questioni universitarie ammetto di aver scritto questo articolo un po’ di fretta: se trovate incoerenze, affermazioni per voi scorrette o quant’altro riferite, i vostri messaggi sono sempre ben accetti. Aggiungo anche di aver iniziato a scrivere stanotte: ecco spiegato il motivo delle prime frasi 🙂

E, ovviamente….alla prossima lettura!

Digressione

Quando si è pigri si fanno classifiche…

Lazzaro

Sarà il cambio di stagione, fatto sta che in questi giorni mi sento troppo pigra per leggere. In realtà ho appena terminato un interessantissimo Philip Dick (The Penultimate Truth), ma non sarà questo il prossimo libro che recensirò, avendo in serbo per voi una chicca della letteratura distopica poco conosciuta che sicuramente tormenterà le notti di molti estimatori del genere..

TUTTAVIA, essendo ultimamente, come già detto, un po’ sonnacchiosa, mi piacerebbe offrirvi semplicemente una mia personale top ten letteraria. Lo spunto mi è venuto stamattina da Internet, mentre cercavo un horror d’autore da guardare; con l’aiuto di Google mi sono imbattuta in moltissime classifiche (“ufficiali” e non) e devo ammettere che è una bella comodità poterle scorrere rapidamente e capire se c’è qualcosa di interessante (magari dopo un rapido confronto tra i tuoi gusti in fatto di cinema e quelli dell’autore della lista). Per questo motivo mi piacerebbe contribuire con la mia personale selezione, tratta però dal mondo dei libri (resistendo alla fortissima tentazione di aprire un altro blog riservato unicamente ai film :p ).

Cominciamo!

10) The Island of Dr. Moreau di H. G. Wells, 1895;

9) The Woman in Black di Stephen Mallatratt, 1987: argomento della mia tesi di laurea, è in realtà un testo teatrale, l’intreccio è adattato dall’omonimo romanzo di Susan Hill;

8) Uomini e topi di John Steinbeck, 1937: ogni volta che lo rileggo piango;

7) Bestie di Magnus Mills, 1998, che presto recensirò;

6) La lunga marcia di Stephen King (Richard Bachman), 1985;

5) Lo specchio nello specchio di Michael Ende, 1983;

4) Che fine ha fatto Mr. Y? di Scarlett Thomas, 2006: romanzo sorprendente di una scrittrice emergente;

3) Il Principe Felice e altre storie di Oscar Wilde, 1888;

2) La Storia Infinita di Michael Ende, 1979;

1) Racconti di E. A. Poe: qui includo molte storie tra cui l’intramontabile Gatto neroBereniceIl pozzo e il pendoloIl cuore rivelatore.

Accetto molto volentieri suggerimenti per eventuali aggiunte nella mia classifica; per di più, manca il romanzo che recensirò nel mio prossimo post, ma che non ho inserito per non guastarvi la sorpresa 😉

A presto!

Digressione

Uno sguardo futuristico nel mondo della droga

                                                    A-Scanner-Darkly-1

Una scrittura ostica è indubbiamente quella di Philip K. Dick: l’ho conosciuto a 18 anni attraverso una raccolta di racconti regalatami da mia cugina (I giorni di Perky Pat e altri racconti) e ne sono rimasta affascinata. In particolare, il breve racconto Foster, sei morto è diventato il fulcro della mia tesina di diploma, incentrata sull’asservimento delle coscienze nel mondo moderno tramite i meccanismi della propaganda.
Tuttavia, il Philip Dick più impegnativo è a mio parere quello dei romanzi veri e propri: se i suoi racconti si presentano piuttosto digeribili e immediati, pronti a offrire concetti e significati su un piatto d’argento (spero, in futuro, di aver modo di recensire una delle sue raccolte), ben più intricati risultano i lunghi intrecci che si risolvono in sterminate riflessioni sulla natura umana inframmezzate da brevi momenti di azione.
Devo ammettere che, appunto per questo motivo, in un paio di occasioni sono stata sul punto di rinunciare alla lettura di Un oscuro scrutare (A Scanner Darkly), non riuscendo a capire del tutto dove Dick volesse andare a parare. Devo anche ammettere di essere contenta di esserci arrivata in fondo, dal momento che l’autore ha dato il suo meglio proprio nella conclusione del romanzo, che dà un senso complessivo a tutto l’intreccio.

Il romanzo è uscito nel 1977. A questo proposito, bisogna riconoscere a Dick il grande pregio della lungimiranza: credo che la sua capacità di cogliere i problemi insiti nella società e trasferirli nel futuro indovinandone le conseguenze abbia un che di sorprendente. La specifica questione affrontata in Un oscuro scrutare è la droga, tema comune a molti autori del periodo (anche europei: un esempio lampante è Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, uscito nel ’78); eppure, nonostante la popolarità dell’argomento, Dick riesce a penetrare più a fondo, percependolo da un punto di vista diverso, quello, appunto, di un uomo del futuro, Bob Arctor, agente infiltrato della narcotici con l’incarico di smascherare i trafficanti più influenti e potenti.

Al contempo, però, Arctor è anche tossicodipendente proprio a causa della sua copertura. La droga del futuro è la “sostanza M” (o “sostanza Morte”), un prodotto di origine incerta (naturale? sintetica? chissà) ma potentissimo che dà assuefazione da subito e che costringe il soggetto ad assunzioni sempre maggiori, provocando forti allucinazioni e un progressivo distacco dalla realtà (emblematico è il caso di Jerry, che introduce il romanzo, ossessionato da pidocchi invisibili): e, in effetti, tra episodi grotteschi, comici, deprimenti, vediamo Bob allontanarsi sempre di più dal mondo reale, al punto da non riuscire a distinguere, nell’intreccio, gli eventi realmente accaduti da quelli solo immaginati.

Agente segreto, tossicodipendente…Bob potrebbe essere chiunque: molto significativa è la “tuta disindividuante” che egli è costretto a indossare di fronte ai suoi superiori per proteggere la propria copertura (e che consiste in un abito che rende “neutri” voce e aspetto, rendendo i suoi tratti impossibili da fissare nella memoria). Nulla di sorprendente, dunque, se il protagonista stesso si ritrova a dubitare della propria identità, che con il procedere della narrazione sembra letteralmente liquefarsi, sfuggendogli dalle mani e portandolo sull’orlo della pazzia.

Il punto di svolta che innesca questo meccanismo di distruzione dell’Io di Arctor è l’installazione da parte della Narcotici di telecamere proprio nella casa della sua copertura, dove egli vive assieme ad altri tossicodipendenti (teniamo presente che i suoi superiori non sanno chi il loro agente sia: essi lo incaricano dunque di tenere d’occhio sé stesso e i suoi amici!!). Da questo momento in poi assistiamo a un reale sdoppiamento del protagonista: nei capitoli si alternano il punto di vista del “Bob drogato”, che è consapevole della presenza degli occhi insidiosi delle telecamere, e del “Bob agente”, costretto a osservare sé stesso e, in modo ancora più assurdo, ad analizzare il proprio agire e farne rapporto ai suoi capi. Questo processo di spersonalizzazione, di frammentazione dell’Io è amplificato poi dalle allucinazioni provocate dalla “sostanza M”: Arctor si ritrova così incapace di riconoscere sé stesso, finché la crisi d’identità non lo porterà alla sospensione dall’incarico e alla reclusione in un istituto di disintossicazione.

In quest’intrico di punti di vista, allucinazioni e fatti realmente accaduti (che rischia di mandar nei matti il lettore: a un certo punto del libro si ha l’impressione di non aver letto assolutamente nulla!) un occhio veramente imparziale, veramente oggettivo sull’intera vicenda c’è: si tratta dell’obbiettivo delle telecamere, un occhio freddo, incapace di provare e comunicare sentimenti, un occhio “oscuro”, che scruta da dietro una tenda o da sotto un divano, un occhio che contempla con inquietante imperturbabilità, ma che è, forse proprio per questo, l’unico in grado di rivelarci come stanno realmente le cose. Nella mia personale interpretazione, dopo la reclusione del protagonista nell’istituto sembra che il punto di vista slitti da Bob a una telecamera, che osserva il mondo dall’alto e ci rivela l’ultima, sconcertante verità (che non vi svelerò per non guastarvi il gusto della lettura 😉 ).

In sostanza, se riuscite ad arrivarci in fondo, vi garantisco un finale col botto! Arrivederci al prossimo libro 😀

The Hunger Games – giochi di potere e fame di sangue

Una delle ultime opere che ho letto è stata la trilogia di Hunger Games (Hunger Games – La Ragazza di Fuoco – Il Canto della Rivolta) di Suzanne Collins, suggerita da un’amica, iniziata per curiosità e finita nel giro di una settimana; non c’è che dire, i romanzi sono avvincenti e si leggono tutti d’un fiato, forse grazie anche a un linguaggio decisamente accessibile e a un intreccio molto lineare. In (estrema) sintesi: una nazione post-apocalittica, Panem, divisa in 12 distretti e con il governo di Capitol City alla guida, assiste ogni anno a un reality show organizzato dalla capitale allo scopo di tenere avvinti a sé i propri sudditi. Questo gioco televisivo vede ogni anno 12 ragazzi e 12 ragazze tra i 12 e i 18 anni (estratti a sorte) lottare fino alla morte in un’arena predisposta, per il divertimento dei ricchi abitanti di Capitol City e la disperazione degli abitanti dei distretti i cui giovani son destinati a morte quasi certa. Inevitabilmente arriva il giorno in cui questo meccanismo generatore di terrore e oppressione comincia a vacillare: Katniss Everdeen, giovane del Distretto 12, si offre volontaria al posto della sorella Prim per partecipare ai 74° Hunger Games. La sua personalità forte e l’appoggio del “compagno di squadra” Peeta saranno determinanti per minare dall’interno il potere costituito, dando vita a un movimento di rivolta, ma coinvolgendo al contempo i due protagonisti in una morbosa corsa alla celebrità e all’audience da cui sarà difficile uscire indenni.

Al momento dell’approccio con questo romanzo ero alquanto scettica: tra i motivi di tale diffidenza, il fatto che la trilogia si trovasse nel reparto “Ragazzi” della libreria. Non appena il libraio mi ha indicato ciò che stavo cercando mi si è formata nella testa l’immagine di una certa ragazza perdutamente e irrimediabilmente innamorata di un bellissimo vampiro…vabbé, avete capito, no? Senza nulla togliere ai romanzi della Meyer (che peraltro ho letto, ahah!), è innegabile che essi siano rivolti a un pubblico decisamente adolescente..motivo per il quale son partita nella mia avventura tra le pagine di Hunger Games abbastanza riluttante.

Nonostante la partenza a singhiozzo, mi son dovuta ricredere. E’ vero, si tratta chiaramente di un libro destinato ai ragazzi, come la protagonista stessa lascia intuire, preda com’è dei dubbi e delle insicurezze tipici dei suoi sedici anni; tuttavia, la vicenda personale di Katniss è inserita nel quadro più ampio di un potere politico che nasconde dietro fiocchi e fronzoli, festini e giochi un’inesauribile sete di sangue e, letteralmente, sacrifici umani, rievocando inevitabilmente nel lettore le antiche divinità pagane, imperturbabili e indifferenti di fronte alle sofferenze dell’umanità e al contempo avide di morte.

Già il nome del reality show, che dà il titolo al libro, può prestarsi a duplice interpretazione: da un lato vi vediamo riflessa la fame (hunger) della povera gente dei Distretti, costretta a una vita di stenti a beneficio della ricca Capitol City. Dall’altro, però, non si può non leggervi la fame di spettacolo e di violenza (appetito, peraltro, tutto moderno – come non pensare ai nostri reality, come non ricordare i morbosi special televisivi di cronaca nera?-) che anima i nobili della capitale, primo fra tutti il presidente di Panem Coriolanus Snow, emblema di questa insita, malcelata brutalità (non a caso egli usa le rose per coprire l’odore di sangue che promana dalla sua persona).

C’è poi la fame di potere, il costante tentativo di dominare su tutti e tutto, impedendo la libertà di pensiero ed espressione, soffocandola in una parvenza di uguaglianza: sotto questo punto di vista Hunger Games ricorda quei romanzi distopici novecenteschi tanto attuali ancora oggi (pensiamo ad esempio a Orwell, Bradbury, Huxley).

Quello di Katniss Everdeen è insomma un percorso formativo dal prezzo elevato. Iniziamo la nostra avventura con una cacciatrice irruenta e sfrontata, provata sì dalla dura esperienza della povertà, ma sostanzialmente ancora intonsa, non sfiorata dai meccanismi spietati della realtà politica del tempo; terminiamo il cammino con una ragazza completamente diversa, incapace di credere persino nel movimento della Resistenza alla testa della quale viene posta, peraltro contro la propria volontà, in qualità di simbolo della ribellione al potere dittatoriale del presidente Snow. Finalmente uscita dall’Arena degli Hunger Games, gli occhi della nostra protagonista altro non riescono a vedere se non un nuovo gioco, un secondo reality altrettanto pericoloso, altrettanto cruento, ma su scala maggiore: la lotta tra i capi delle due fazioni, Snow e Alma Coin, pronti a sacrificare senza remore vite umane al solo scopo di perseguire il proprio interesse.

Ci sarebbero tante altre cose da dire ma non vorrei diventare noiosa: vi basti sapere che, per quanto le disavventure amorose e le paranoie adolescenziali della protagonista possano essere crucci all’acqua di rose – che hanno comunque il pregio di alleggerire il tono generale del romanzo, rendendolo più “digeribile” per un lettore giovane -, di sostanza ce n’è, e in abbondanza!
Alla prossima lettura 😉

the hunger games pic

Digressione

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